La casa museo

La casa museo

 

La “Casa dei Simboli”, in prospettiva e secondo il desiderio dell’artista, dovrebbe evolvere e diventare una casa museo, mantenendo inalterata la sua immagine, le opere e gli arredi, così come nel tempo Bonaria Manca li ha pensati e realizzati. È un progetto ambizioso che scaturisce dallo straordinario valore dell’opera di Bonaria. Come ben espresso nel decreto del Ministero dei Beni Culturali, la Casa dei Simboli “si collega idealmente agli itinerari storico-archeologici del territorio e al tempo stesso ai percorsi d’arte moderna e contemporanea che costituiscono la parte integrante del patrimonio di cultura artistica della Maremma tosco-laziale, dal Sacro Bosco di Bomarzo al Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint-Phalle a Garavicchio, alla Serpara di Paul Widmer a Civitella D’Agliano, al Rivellino della stessa Tuscania, al Giardino di Daniel Spoerri alle pendici del Monte Amiata; percorsi sperimentali lungo itinerari legati alle presene più significative dell’arte irregolare della Tuscia, di cui a giusto titolo potrebbe far parte lo studio dell’artista Bonaria Manca, che acquista una valenza internazionale affiancandosi ad analoghe esperienze portate avanti con successo Oltralpe dal costituito Patrimoines irréguliers de France”

di Maria Rita Fiasco

Istantanee dell’anima

Il portico fuori casa con gli oggetti di una vita, resti di legni, vasi di coccio e piante sparse, e l’androne dove poggiati a terra o rialzati su cavalletti stanno alcuni degli innumerevoli quadri di Bonaria, già accolgono calorosamente chiunque si appresti a varcare la porta d’ingresso della sua dimora. Qui ogni cosa è familiare, dal mobilio alla grande stufa nel corridoio sulla destra, quasi una sentinella o un maggiordomo che invita ad entrare in ambienti più intimi, nelle camere colorate dei colori della vita, con pareti né dipinte né coperte da carta da parati ma totalmente “istoriate”: alberi, edifici, animali, persone intente a lavorare in spazi per lo più aperti, in quella campagna sarda o laziale che Bonaria conosce tanto bene per averla vissuta, amata e sofferta appieno.

Una pittura sommaria, fatta di pochi tratti marcati e decisi, di contorni netti, di colori a tempera, olio, gessetti, che si distendono sulle pareti e opacizzandosi le rendono simili a fotografie consunte dal tempo.

Divinità maestosamente abbigliate e di statura enorme, come il messaggio di cui sono portavoce e che nasce direttamente dal cuore e dall’anima di Bonaria che con queste creature ha “dimestichezza”, le vede le ascolta e ne mette in pratica gli insegnamenti, sempre fondati sul bene sulla pace e l’amore universale, quegli stessi che cerca di comunicare ai suoi ospiti attraverso le sue poesie e le sue canzoni e con i quadri e i dipinti murali che invadono e pervadono tutta la sua casa. Persino gli alberi dipinti a grandezza naturale e che dalle pareti si allungano fin sul soffitto, anziché incombere minacciosi sembrano voler proteggere gli ospiti dalle intemperie vere o simboliche della vita che scorre incessante là fuori.

Il soggiorno-salotto col camino e la poltrona su cui Bonaria attende i suoi amici da sempre, il grande tavolo-libreria dove in un ordinato disordine l’artista ha poggiato tutte le pubblicazioni che la riguardano, le sue esposizioni in Italia e all’estero, cataloghi, libri, fotografie, articoli e ritagli di giornale… e poi divinità stagliate sulle pareti, animali liberi nei campi, le acque del Marta, la madre di Bonaria e suo fratello Ciriaco che in passato hanno abitato con lei in questa casa e che ora sono ritratti accanto al camino a farle compagnia, e sopra di loro un gruppo di uomini, donne e bambini con i tipici costumi sardi intenti a danzare tenendosi per mano sotto un cielo stellato e una luna splendente, ricordo nitido e vivo del cielo incontaminato di Sardegna. Animali di specie diverse, uomini a cavallo alla guida e alle prese col bestiame, l’immagine di Gesù appesa alla parete, e Bonaria ritratta immersa nella natura, su una seggiola, sopra la porta che dà accesso alla cucina. Qui, più che altrove, i colori sono vividi nel dare corpo a scene sacre - come nell’episodio del Battesimo di Cristo - o ad episodi di vita quotidiana vissuti da Bonaria nel corso degli anni, convivi familiari, interni di abitazioni con uomini e donne affaccendati nelle loro rispettive mansioni, mentre divinità arcaiche spuntano qua e là, sommariamente tratteggiate solo nei grandi volti che appaiono come divinità bizantine per la fissità e la severità degli sguardi.

Una finestra illumina questo piccolo ambiente di una luce quasi innaturale, e affacciarsi ad essa significa entrare nel campo visivo di Bonaria, nel mondo visto con i suoi occhi, perché là fuori è tutto un brulicare di vita passata, dalle grotte scavate nel tufo ai piedi del colle San Pietro, che si staglia come un isolotto in asse con la dimora di Bonaria, alle torri medievali che svettano in cima a protezione dell’omonima Basilica - la stessa che Bonaria ha dipinto sopra l’arco dal quale si accede alla camera da letto, quasi a voler compensare l’impossibilità di vedere S. Pietro perché troppo arretrato rispetto alla visuale offerta dalla sua finestra -; dalle greggi al pascolo attorno al colle agli uccelli che planano sulle rive del Marta che scorre poco più sotto, nella terra di Bonaria, dove pure grotte scavate e resti affioranti dalla terra incolta come cocci, sassi levigati e incisi e punte di pietra, testimoniano di un passato trascorso da secoli, ma che ancora si conserva sia fuori che dentro la casa di Bonaria. Perciò l’artista considera la sua casa un luogo “sacro”, una dimora a metà tra cielo e terra e tra passato e futuro, con una storia stratificata e col senso del divino a fare da continuum.

La Natività nella sua camera da letto, le piante, le case addossate le une alle altre quasi a volersi stringere in un grande abbraccio, i vasi con fiori sparsi un po’ ovunque in tutti gli ambienti e soprattutto negli angoli delle stanze con funzione di mensole decorative che arredano la casa senza troppi ingombri, coppie di sardi nei costumi tradizionali che Bonaria ritrae quasi fossero in posa di fronte al pittore o al fotografo, prestando particolare attenzione ai dettagli e ai colori dei tessuti, il tutto dipinto in modo sintetico ma efficace nel rendere la corposità e la profondità degli spazi, pur sprovvisti di una prospettiva esatta. E ciò che il pennello non riesce a definire con le sue linee e i suoi tratti, lo fa il colore, a volte vivace e netto nella sua definizione, altre volte sfumato nei toni del pastello, ma pur sempre in grado di costruire immagini, figure e personaggi veri e “leggibili”, di immediata comprensione. Se poi a parlarci delle storie che Bonaria ha dipinto sulle pareti è l’artista stessa, allora il senso dei racconti che si dispiegano ovunque appare più immediato.

Bonaria dipinge, ricama, fa arazzi che sembrano miniature come nel “racconto” dal titolo Adoloscenza di Bonaria (1992), realizza mosaici con sassolini e colori a tempera e olio (Melchisedek, anni ’90; Aruspicio, 1993; Divinità Lazeus Maruk, 1985-’90 ecc…), è artista a tutto tondo, utilizza ogni tecnica ma il risultato è sempre lo stesso, dà vita a storie quotidiane, sacre, sognate, vissute, comunque sempre storie di vita, concreta nella sua operosità e laboriosità e metafisica per la sua religiosità e profonda simbolicità.

Da fervente cristiana dipinge la sua “piccolezza” in Bonaria in preghiera di fronte a Cristo (olio su tela, 1986); ammira la grandezza e fierezza della battagliera Eleonora d’Arborea (olio su tela, 2013); nutre un profondo rispetto per le divinità d’epoca arcaica.

Quadri di soggetto religioso ed episodi della sua vita che sembrano miniature per i dettagli delle vesti dei personaggi, del manto degli animali, per i lineamenti dei volti e persino per le venature delle foglie: Sacra famiglia (olio su tela, 1988), Il giorno della resurrezione (olio su seta, 1981), Infiorata del Corpus Domini a Tuscania e Venerdì Santo a Tuscania (olio su tela, metà anni ’80), Partenza dalla Sardegna (olio su tela, 1983-84), Colle Civita (olio su tela, 1993-95), Per la morte di Giovanni Paolo II (olio su tela, aprile2005), solo per citarne alcuni.

Scene bucoliche ed agresti come ne I poeti(anni ’90), I cantori 1930 (olio su tela, 2000), evidente ricordo, soprattutto quest’ultimo, di ciò che Bonaria ha vissuto e visto in terra sarda negli anni Trenta, quelli della sua gioventù, reiterato in tempi recenti ne I cantori (olio su tela, 2002).

Ricordi che sono cartoline che Bonaria ha impresse nella sua mente e riprodotte su tela, come A spasso a Salonicco (olio su tela), ricordo di quando nel 2000 l’Unesco la premiò come ambasciatrice della cultura sarda in Europa. Così anche in Bonaria a spasso per Roma (olio su tela, 1985), dove di fronte al fondale con la Basilica di San Pietro si staglia Bonaria a mo’ di turista inglese, col cappellino bianco le calzette rosse e un vestito a righe bianco e rosso davvero delizioso. Questo dipinto, che esprime la grande gioia dell’artista di trovarsi nella città eterna, sembra richiamare Il vescovo di Roma pellegrino alla città dei Papi(olio su tela, 1984), che Bonaria dipinge a memoria della visita nel capoluogo viterbese di papa Giovanni Paolo II, ritratto con copricapo rosso, abito bianco con bottoni e rifiniture rosse, mentre il fondale alle sue spalle è occupato dalle mura merlate di Viterbo.

Non manca di certo il senso dell’ironia a Bonaria, che ritrae La pastora frustrata (olio su tela, 1991) ma anche La spregiudicata (anni ’80), dove una giovane e divertita centaura cavalca la sua moto con i capelli legati e un paio di occhialoni da sole che sembra una diva del cinema. Dipinge in un tondo La Gioconda (olio su tela, anni ’90) con colori accesi, sguardo un po’ ammiccante e adorna di gioielli; ma ritrae anche se stessa con fierezza e libertà in Bonaria a cavallo (olio su tela, 1989), dove in groppa a un bellissimo cavallo bianco la pastora guida il bestiame che la precede.

E’ un po’ come un ritorno all’Eden - che è poi anche il senso profondo del suo celebre La serenità senza carburante, elogio di un universo pastorale ormai perduto -, alla natura dei primordi non ancora contaminata, a uno stile di vita semplice ed elementare privo di sovrastrutture, puro, diretto, senza filtri e contaminanti di sorta. Ed è questo atteggiamento estetico-espressivo dell'artista nei confronti delle sue opere l’aspetto naïf della pittura di Bonaria che cattura di più. Bonaria dipinge per se stessa, esprimendo una sua visione realistica e poetica, dove i racconti familiari e le scene di vita quotidiana sono tratteggiati in modo fiabesco, dove le forme rispondono a un'esecuzione elementare e semplice, con un ricco accostamento di colori, usati generalmente puri ma senza disdegnare le mezze tinte i pastelli e i toni sfumati. Questo per quanto attiene all’arte di Bonaria. Se poi da essa ne volessimo estrapolare l’anima, l’intimo sentire e la profonda religiosità, quello che vedremo dipinto, stavolta in modo concettuale, sulle pareti e sui quadri appesi, è un messaggio di pace universale, di fratellanza tra gli uomini e tra tutti gli esseri del creato, un messaggio gridato con veemenza ma attraverso la voce di Bonaria che tutto è tranne che forte, è una voce flebile leggera a volte quasi sussurrata, e con la sua dolcezza e musicalità ti accompagna attraverso le stanze della sua vita, divisa a metà tra la Sardegna e il Lazio ma riunita simbolicamente e magicamente sui muri del suo nuraghe di Tuscania.

di Maria Elena Piferi

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