COSTUMI NUZIALI AD ORUNE

Stoffe pregiatissime come principesse

COSTUMI NUZIALI AD ORUNE
Stoffe pregiatissime come principesse

di Sebastiano Mariani

Tra gli aspetti di vita sociale ai tempi di Bonaria, due in particolare destano la curiosità dell'osservatore: le spose bambine e le unioni di fatto, cioè le famiglie senza il matrimonio.

Come in altre comunità del mediterraneo e del medio oriente, i matrimoni orunesi e barbaricini, con le dovute eccezioni, non lasciavano alle donne grandi spazi di libero arbitrio o di negoziazione, ma erano molto di più scelte di clan, che nella unione di due famiglie vedevano un rafforzamento del loro potere nel contesto sociale di appartenenza, o il veicolo per un cumulo delle risorse economiche o ancora uno strumento di riconciliazione per discordie antiche o recenti.

I matrimoni spesso coronavano i sogni dei padri più che degli sposi e il prezzo di queste conquiste non poteva che essere la preda più pregiata, la sposa, ancor di più se bella e virtuosa. Ecco allora che una figlia o una sorella ancora impubere diventava un capitale da utilizzare per mosse strategiche importanti, come appunto le alleanze o le riconciliazioni di antichi dissapori.

Frequentazioni familiari, amicizie, vicinanze di pascolo e di casa fornivano comunque occasione di scambi di sguardi e di pochi dialoghi che fungevano comunque da combustibile esplosivo per la nascita anche di amori spontanei e tenerissimi.

Poco dopo i tredici anni, finiti i giochi, finiti i sogni, tra pochi mesi quel seno appena pronunciato avrebbe dovuto nutrire un'altra bambina o un maschietto, provando gioie indicibili ma anche ignaro di traumi, dolori e ansie che mai avrebbe sospettato che esistessero.

La scelta della sposa era spesso dentro s'ereu, il clan o parentado, dove si era sicuri di trovare accoglienza sincera e solidarietà in caso di bisogno. Rinforzare i vincoli di parentela aumentava la stima reciproca e rendeva più sicure le famiglie degli sposi, che sigillavano le nuove unioni con patti di comparìe tra cognati e parenti acquisiti.

Di chiedere in sposa la giovane o la fanciulla veniva incaricato il paralimba (paraninfo), persona di prestigio del paese che andava dai genitori e con favella fluente decantava le doti e i beni del pretendente e per lui assicurava la riuscita dell'unione. La risposta poteva arrivare subito se la domanda era in qualche modo attesa, oppure bisognava aspettare lunghe e travagliate decisioni che portavano anche ad una non risposta.

Una grossa zucca posata di notte sulla porta dell'aspirante sposo gli comunicava che la sua domanda era stata inesorabilmente respinta.

Alle fanciulle che smarrite pensavano con timore alla figura barbuta del maturo marito le mamme ripetevano la stessa frase : " su zeniu da bi lu pones poi", vedrai che ti affezionerai a lui. E questo accadeva il più delle volte, l'amore, la tenerezza, la poesia sono sentimenti che per fortuna sono stati distribuiti equamente in tutti i popoli.

Ma non tutte le donne erano succubi del matrimonio, per alcune era tutt'altro. La donna barbaricina era anche capace di voli di indipendenza e ribellione da far invidia alle più nominate eroine.

Grazia Deledda ci racconta di donne orunesi che cavalcavano nella notte per andare a trovare il proprio uomo alla macchia per portargli vestiti, vivande e munizioni, oltre che le nuove della famiglia. E non sempre portavano consigli di pace. Spesso tornavano a casa accompagnate da un nuovo germoglio.

La famiglia per la donna orunese del 1800 era un valore che veniva prima e andava ben oltre il sacramento religioso e l'atto amministrativo del comune di residenza.

La famiglia la si formava nei fatti, nell'unione di due persone e in genere delle due famiglie, lasciando a quando si aveva tempo e voglia la sua regolarizzazione burocratica. In fondo a quei tempi l'Istituzione famiglia aveva un valore che non andava oltre il vincolo del sangue e dei sentimenti. Per dividere i beni secondo legge c'era tempo, la morte non era mai attesa troppo in fretta e pertanto il concepimento, la nascita e persino l'allevamento di tanti figli poteva essere fatto senza che tutto questo avesse una formalizzazione burocratica. A tempo debito tutto sarebbe stato dichiarato, quando la sorte concedeva il tempo per farlo.

Prima del matrimonio ogni sposa doveva avere il suo abito nuziale, un abito che non è esagerato definire principesco e che viene appunto definito il costume.
Stoffe pregiatissime come il terziopelo, il broccato, il raso, la seta, il panno lavorato ed il cotone egiziano, tutti finemente arricchiti da ricami elaboratissimi, producevano un abito stupendo ed unico che durava tutta la vita e che la sposa, le figlie, le nipoti avrebbero dopo indossato in sfilate, cerimonie e ricorrenze.

Il matrimonio si celebrava con grande magnificenza, con il concorso di tutti i parenti e degli amici che quel giorno arrivavano alla festa con una pecora ancora viva da sacrificare, che sarebbe stata seguita da un regalo in denaro, in grano, in servizi di ceramica o porcellana e in simboli di fertilità e longevità come le uova o la matassa di canapa. Tre giorni di libagioni, di canti e balli ininterrotti si concludevano con la visita a casa della sposa di tutto il corteo degli invitati con una fanciulla che portava sul capo un cestino contenente una gallinella bianca simbolo di purezza e di fertilità.

Foto di Antonio Porcu


Richiedi informazioni

Per qualsiasi informazione sulle opere di Bonaria Manca o sugli eventi in corso contattaci tramite il form.